22.09.2009
L'AMMAESTRATORE D'OMBRE
L'opera di Marino Piazzolla
Quando si inserisce uno scrittore italiano nella “dimensione europea”, sembra che lo si voglia consegnare alla pace dei giudizi e delle valutazioni; a una realtà costruita sul consenso più diffuso. Non è stato così per Marino Piazzolla (1910-1985), poeta di cui pochi riconoscono la grandezza, considerandolo un autore lontano dalle conventicole delle accademie, dalle piccinerie, dal provincialismo, dal minimalismo di certa letteratura de noantri. Piazzolla la pace dei consensi non l’ha conosciuta mai: è stato il suo supplizio di Tantalo, il suo tormento più grande, quando era in vita. E adesso? Beh, adesso si continua a considerarlo un “autore di dimensione europea”, a liquidarne il ricordo così, con lo zuccherino di una definizione logora, che ha la vuota nettezza di un’epigrafe tombale. Qualche mese fa Fermenti ha ripubblicato due opere del poeta: le Lettere della sposa demente, forse il suo poema più terso e compiuto; e La bellezza ha i suoi fulmini bianchi, luminoso monstrum poetico, in cui si fondono carnalmente l’aforisma finto sentenzioso, la moralità spicciola, l’epigramma fulminante, l’assolutezza formale della lirica. È un libretto a cui daresti un saluto distratto, se lo incontrassi sulla bancarella di un venditore ambulante; una cosa piccina piccina, che non vuole mostrare miracoli. Eppure è il frutto di una pazienza lunga vent’anni: composto, lentamente, dal 1960 al 1980, fu pubblicato con un altro titolo: Parabole dell’angelo di cenere, lo stesso della prima tranche di frammenti nell’edizione attuale; la seconda parte, Confidenze sul viaggio di andata, è un breve zibaldone di pensieri in forma lirica, o liriche in forma pensosa, che è lo stesso. Alle Lettere della sposa demente uomini più intelligenti di me hanno voluto bene, come se ne vuole ai testi fondamentali; ma quel libretto, quello strano animale, quell’ornitorinco poetico, in cui convivono forme diverse, mi ha incuriosito anche di più. Un centinaio di pagine, una sciatta copertina azzurra, e dentro un cosmo che esplode sotto vetro. Niente a che vedere con le verità definitive dei grandi moralisti; ma il mondo di un poeta in confidenza con la morte. Tutta l’opera di Piazzolla è visitata dalla commare secca: non un sentimento che si affaccia sulla riva del nulla, in rapporto dialettico con la vita; non un’idea che fa capolino all’ombra di un verso e del suo significato ultimo; ma l’essenza che feconda l’immaginazione e la coscienza. Un pensiero che si fa seme e sangue.
E FATTI APPENA
alcuni passi con un peso d’ombra
verrà il silenzio
sul viale di nessuno
Silenzio. Così Piazzolla chiama la morte: non dice, con enfasi assertiva: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi… Non ne ha bisogno: cos’è la morte per un poeta, se non il suo silenzio più riuscito? Non quello che si cala tra un verso e l’altro, un respiro e l’altro, un ritmo e l’altro, ma quello senza parole di tutte le morti. Piazzolla aveva cinquant’anni, quando mise mano al suo taccuino di appunti; cinquant’anni, molti dei quali vissuti nell’esilio della speranza. Aveva lasciato San Ferdinando di Puglia a vent’anni; era stato a Parigi - quella fertile e un po’ baldracca degli anni Trenta, gonfia degli umori letterari e artistici che sappiamo -; vi conobbe Valéry e Gide; scrisse e pubblicò in Francia le sue prime raccolte di versi. Quasi dieci anni di febbre e di abbandoni. Poi Roma, la ricerca e la conquista di una forza espressiva che fosse sua e di nessun altro; la pubblicazione delle Lettere e tanto ancora, da lirico e da critico. (Del Piazzolla pittore è meglio che parlino altri.) Il “pessimismo comico” de I detti immemorabili di Renato Maria Ratti,pubblicati negli anni Sessanta,sembra quasi un colpo di prima intenzione, a spiazzare chi non crede che la scrittura lirica possa essere attraversata dall’ironia. Non è così, per fortuna: la componente ironica, umoristica in senso pirandelliano, della poesia di Piazzolla, ne è uno dei tratti distintivi e la si trova anche nei suoi lavori più “pensati”, in un impasto di delirio comico-grottesco e consapevolezza tragica, che ha pochi riscontri nella poesia europea: penso a Il franco cacciatore di Giorgio Caproni, uno che sull’autore pugliese disse le parole giuste. C’è o no chi cade nello sprofondo gridando Geronimoooo? La parola a Ratti-Piazzolla.
Dove sono nato?
Non ve lo dico. Sono!
Sono un settimino clandestino.
Ho due occhi, dieci dita e due piedi.
La bocca saluta il naso
E mi fa compagnia.
Ho duemila capelli
E sul collo due voglie:
Una di latte, l’altra di sangue.
E poi Viaggio nel silenzio di Dio *, opera in cui la parola diventa una materia palpitante e drammatica, e il mondo un vivo teatro, trafitto dalla luce e da mille ombre: la messa in scena di un dio, che ha lanciato il sasso della creazione e ha ritratto la mano, per godersi, nascosto nella natura, lo spettacolo della vita e della morte. Si è straparlato della formazione francese del poeta, quasi fosse la ragione principale della sua “singolarità”; del suo presunto barocchismo, surrealismo (vabbè, Eluard e Breton qualcosa dovevano avergli soffiato nell’orecchio), simbolismo, magismo e ho finito gli ismi… Chi non lo capiva, parlava a vuoto; chi lo capiva, a volte non parlava affatto. Certo, c’erano delle eccezioni. Secondo Giuseppe Aventi, un altro di quelli che non dovettero pentirsi dei loro giudizi: “Nel suo proprio immaginario Piazzolla si aggira, va alla ricerca di una sua propria architettura verbale che interpreti poeticamente e teofanicamente l’oscuro e fiammante universo, il grande mondo che sgomentava e stancava la Poesia shakespeariana”. E questo senza ricercare nessun effetto di facile suggestione, nessuna “Arcadia dello stupore”, ma facendo scaturire le parole dalla fonte “naturale” delle proprie convinzioni e del proprio spirito. Se ha ragione Valéry nel dire che “il poeta si conosce dai suoi idoli e dalle sue libertà”, l’originalità di Piazzolla, cioè la sua individualità poetica, è nel non essere il portavoce di una teoria, nel non aderire a nulla che non sia il suo sentimento del tempo e della storia. La pubblicazione delle Lettere della sposa demente fu, anche per questo, un piccolo scandalo; per le ragioni che ne segnavano l’irriducibilità a un canone: un poema-mito che “narrava”, senza innesti morali, il sogno di una demente, un desiderio bagnato dal mestruo della disperazione. Il sogno terrestre di una donna che vive perché immagina e immaginando muore; una costruzione del testo per incisioni nette, con versi che trovano l’argine nella compiutezza di un senso limpido e nel contempo misterioso, perché rimandano a una realtà vera e presunta, storica e mitica, razionale e alogica.
In un villaggio delle Fiandre,
Presso un giardino,
Una donna girava per le stanze…
Nessuno mai l’amò.
Nessuno giunse al suo rifugio.
Essa attese così, piena di tempo:
Attese qualcuno che mai venne…
Avvenne che impazzì
Ma fu più bella
Per ricordarsi che era ancora viva.
Così una volta le accadde di sposarsi;
Ma non come le altre, quasi in sogno…
Poi che divenne madre, fu felice:
Felice di qualcuna che non c’era…
Qualcuno avrà pensato: “Cosa c’entrano le Fiandre?”. Gli innamorati della realtà come riflesso narcisistico della stato d’animo erano attoniti, di fronte alla sua idea di paesaggio, un altrove più simile a una calligrafia cinese che a una veduta naturalistica. I cultori del soggettivismo lirico non comprendevano la misura stilizzata di un personaggio, la demente-narrante, che pareva incarnare certe figure umane di Matisse o di Chagall. In questo senso dico che Piazzolla è un ammaestratore d’ombre: nella sua capacità di uscire dalla dimensione dell’io che sprofonda in sé stesso, tipica della lirica soggettiva, per diventare costruttore di miti; nell’individuare la desolazione del proprio tempo tanto nella verità della storia, quanto nella condizione umana; nel suo parlare con la morte - in un colloquio da settimo sigillo -, consapevole che a lei spetta l’ultima parola; nel riconoscere il dio nascosto che palpita nel cosmo, sapendolo un dio dell’immanenza, non della provvidenza. Nel rapporto organico, da pifferaio tragico, con l’opera poetica, che si può abbandonare, ma non “compiere” come una prosa, e il cui senso non si esaurisce in ciò che dice, ma in ciò cui allude. Apro il libretto con la copertina azzurra e incontro un frammento in cui è cristallizzata l’idea della morte, che il poeta sente incombere su di sé: è l’auspicio di chi non si rassegna alla totalità del silenzio, a concedere a un altro l’ultima parola, l’ultima mossa sulla scacchiera.
FINALMENTE IMPAZZIRE
a quell’esatto istante
in cui la morte
si arrampica alle vertebre
e riempie gli occhi di buio
Sì, qui Piazzolla chiama la morte col suo nome.
* Nota. Consiglio una lettura in parallelo, a mo’di sinossi poetica, de Il franco cacciatore e di Viaggio nel silenzio di Dio. Anche la divinità di Caproni tende al mondo un silenzioso agguato, ma qui la prospettiva è quella dello scettico in equilibrio sul paradosso, per cui “Dio esiste soltanto / nell’attimo in cui lo uccidi”.
Marino Piazzolla,
La bellezza ha i suoi fulmini bianchi,
Fermenti Editrice, Roma 2007, pp. 130, € 12,00.
Lettere della sposa demente,
Fermenti Editrice, Roma 2007, pp. 98, € 12,00.