San Severo: la criminalità batte, i cittadini rispondono

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San Severo,Piazza Municipio. Ph Facebook

Quando un popolo scende in piazza i motivi sono due: per stare insieme o per affermare qualcosa. A San Severo i cittadini hanno riempito Piazza Municipio e le strade limitrofe del centro storico sia per stare insieme sia per affermare, con la forza della presenza, dell’Io ci sono, che la città c’è.

Diecimila presenze. Qualcuno ha parlato di diecimila partecipanti al corteo della legalità, organizzato in un momento difficile per la comunità sanseverese; altri parlano di cinquemila persone. Non contano i numeri, non servono le cifre da dare in pasto ai giornalisti, conta la qualità della gente che ha scelto di condividere un’idea: che l’unica via da percorrere è quella della legalità.

L’unione fa la forza. San Severo è città di riferimento dell’Alto Tavoliere (territorio dove vivono oltre duecentomila abitanti), sede della Diocesi vescovile, punto di snodo stradale e ferroviario. Un luogo, dunque, crocevia di genti, le stesse rappresentate dai sindaci o delegati e dai gonfaloni che hanno affiancato durante la manifestazione quello di San Severo: Provincia di Foggia, San Paolo di Civitate, Apricena, Lesina, Poggio Imperiale, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis.

Un abbraccio simbolico. La città ha bisogno di simboli perché è nei simboli che l’uomo trova affermazione di sé in quanto essere sociale che vive di cultura. Questi emblemi sono le fasce tricolore indossate dai primi cittadini, gli stessi gonfaloni, le uniformi di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Locale. Simboli “istituiti” ad essere punto di riferimento, a salvaguardia proprio di quelle istituzioni che, a loro volta, garantiscono le relazioni sociali e giuridiche nell’interesse di tutti i cittadini.

Qualcosa è cambiato? Non è la prima volta che i cittadini di San Severo scendono in piazza per testimoniare la loro voglia di legalità. Ad onor di cronaca, oltre le buone intenzioni nulla cambiò. Questa volta, però, la speranza di cambiamento è nell’aria. La gente perbene non ne può più di rapine, racket, attentati dinamitardi, strafottenza, indisciplina e arroganza, spaccio di droga. Quei colpi di arma da fuoco sparati il 5 marzo contro le camionette della Polizia hanno improvvisamente svegliato dall’ultradecennale torpore cittadini, politica e istituzioni.

Serviva il “botto”. Nella città dei fuochi (d’artificio) serviva proprio il “botto” dei colpi di una pistola, come se la sofferenza di una comunità nella morsa di una criminalità senza scrupoli e spudoratamente sfacciata non fosse sufficiente. La richiesta di aiuto (e anche di accusa di abbandono dello Stato nei confronti della città) del sindaco Francesco Miglio al ministro Minniti ha avuto, almeno nelle intenzioni, un effetto immediato: più forze dell’ordine in strada. I primi effetti non sono tardati ad arrivare. Non solo più posti di blocco con controlli mirati, ma anche attività preventiva e di indagine che ha messo a soqquadro la vita dei “non allineati alla società civile”. Se prima era routine veder sfrecciare orde di ragazzini su moto e scooter senza targa, senza casco e presumibilmente senza assicurazione, ora questi spavaldi restano rintanati in attesa di tempi migliori (per loro); più cinture di sicurezza allacciate, più caschi indossati, parcheggiatori abusivi in difficoltà, Stazione Ferroviaria più presidiata.

Non è la panacea di tutti i mali, ma… Da qualche parte bisognava pur ricominciare e ben vengano, dunque, cortei e dimostrazioni di solidarietà purché riabilitano la città agli occhi dei media che l’hanno definita un far west, dimenticando poi di dare notizia della civile risposta che ha riempito le strade. Ben vengano i controlli delle Forze dell’Ordine sicuramente positivi nel ristabilire una parvenza di legalità e dettare regole, quelle che per troppo tempo sono mancate anche da parte della gente perbene. Ben venga questo senso di unione che deve essere la vera arma contro la delinquenza.

San Severo non è mafiosa, oppure sì? La mafia non è una semplice organizzazione malavitosa: è un modo d’essere. Intimorire, depredare, offendere, uccidere, fare affari illeciti, corrompere, indurre all’omertà: tutti questi sono atteggiamenti mafiosi. Istituire la DIA in Provincia di Foggia è indispensabile perché proprio dove si rinnega la mafia essa è presente e si ramifica. Diceva Giovanni Falcone che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Ma ci vogliono i mezzi.

La cultura spaventa la criminalità. San Severo è città d’arte per il suo barocco, del vino e dell’olio, è città che conserva le antiche testimonianze del popolo Dauno, è la città di Andrea Pazienza, del Teatro Giuseppe Verdi. tra i più belli in Italia. La cultura produce posti di lavoro, consapevolezza in un territorio: conferisce speranza. La cultura spaventa coloro che non hanno voglia di rimboccarsi le maniche e lavorare onestamente.

Vent’anni persi. L’età anagrafica di coloro che vengono arrestati in città o nel territorio di Capitanata si aggira intorno ai venti anni. In molti sostengono che da vent’anni la città e il territorio sono in balia della criminalità. Uno più uno fa due: è matematico. Se questa generazione avesse avuto supporto e opportunità di lavoro o di studio sicuramente oggi parleremmo di altro. Una generazione è stata abbandonata nei sobborghi cittadini, nei quartieri difficili, nelle case popolari, dove coloro che vi abitano sono sempre stati considerati gli ultimi. Mai una riqualificazione urbana e sociale è stata messa in atto da alcuna amministrazione comunale nelle periferie. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dove c’è ignoranza e bassa scolarizzazione la delinquenza prolifica. Diventa dunque necessario affiancare all’operato delle forze dell’ordine e della magistratura una seria azione di politica sociale.

Serve una programmazione politica di livello. Bisogna investire in servizi sociali, scolarizzazione, promozione del lavoro. Possiamo militarizzare una città, scendere in piazza una volta a settimana o fare lo sciopero della fame tutte le volte che vogliamo, ma non risolveremo il problema. Serve una programmazione politica di livello, che non pensi ad elargire cariche inutili e dare agli amici il contentino. Bisogna recuperare la città a livello urbano e sociale, investendo risorse economiche e umane. Ci vorrà forse un’altra generazione per vederne i frutti, ma tra vent’anni, probabilmente la speranza e le possibilità date oggi saranno il futuro di molti.

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